L’essenziale e il transitorio

«Bisogna proporre un fine alla propria vita per viver felice. O gloria letteraria, o fortune, o dignità, una carriera in somma. Io non ho potuto mai concepire che cosa possano godere, come possano viver quegli scioperati e spensierati che (anche maturi o vecchi) passano di godimento in godimento, di trastullo in trastullo, senza aversi mai posto uno scopo a cui mirare abitualmente, senza aver mai detto, fissato, tra se medesimi: a che mi servirà la mia vita? Non ho saputo immaginare che vita sia quella che costoro menano, che morte quella che aspettano. Del resto, tali fini vaglion poco in sé, ma molto vagliono i mezzi, le occupazioni, la speranza, l’immaginarseli come gran beni a forza di assuefazione, di pensare ad essi e di procurarli. L’uomo può ed ha bisogno di fabbricarsi esso stesso de’ beni in tal modo».
(G. Leopardi , Zibaldone di pensieri)

Tale citazione, tratta dallo Zibaldone, se non fosse stata scritta più di un secolo fa potrebbe facilmente indurre a pensare di essere stata prodotta dallo spirito dei nostri tempi, così lontano da ogni VISION a lungo termine. Secondo Leopardi, la vita può trovare un suo valore solo in una ricerca di senso, solo caricandola di significato. Milan Kundera parlerà di “insostenibile leggerezza dell’essere” perché una vita senza uno scopo, un obiettivo da raggiungere, non è propriamente vita ma un’ombra di vita, una vita vuota e inutilmente vissuta. Solo una vita che ha “peso”, che comporta rischi, sacrifici, impegno e dedizione per il raggiungimento di un fine è una vera vita e degna di essere ritenuta tale.

Vivere nella piena consapevolezza che esistere è impegnarsi, lasciare un segno, certamente è faticoso ma è anche l’unico modo per guadagnarsi il “gusto” del vivere, una conquista preziosa per cui vale la pena lottare e anche “soffrire”: non esiste vera felicità, difatti, se non nella ricerca ostinata di una meta da raggiungere, di uno scopo per cui valga la pena “insistere”. È una ricerca difficile, impegnativa che si dovrebbe tradurre in una ricerca costante del BELLO e del BENE, non del bello di superficie ma di quello che si combina col bene, che sa di buono e quindi di onesto e giusto. Non esiste, difatti, nulla di veramente bello che non sia anche onesto e giusto e quindi buono. E non esiste giustizia senza una norma etica da seguire e in grado di garantire una convivenza felice tra gli uomini.

È questo a mio parere il fine a cui tendere, l’ethos su cui improntare la nostra vita: la ricerca del bene-bello per sé e per tutti in nome di comunità civili ordinate e felici.

Purtroppo oggi assistiamo al saccheggio costante del bello, del bene e di ogni norma di convivenza rispettosa e civile, alla negazione di ogni misura, alla ricerca del potere, o meglio, del dominio e dell’apparire a tutti i costi e contravvenendo ad ogni regola. Siamo sempre più lontani da ogni criterio autenticamente valoriale che sappia dare un senso alla vita e garantire un progetto d’avvenire anch’esso di senso.

Si vive nell’effimero dell’hic et nunc, rincorrendo, come il presente dimostra, solo il nostro personale tornaconto contro ogni senso di rispetto del prossimo e contro ogni criterio di responsabile e rispettosa società civile. In luogo di un progetto di futuro e di un criterio di corresponsabilità si rincorre il piacere a tutti i costi, passeggero e spesso anche pericoloso ( la pandemia che stiamo vivendo lo mette giornalmente in evidenza). Tutto si appiattisce in un eterno presente che non è il carpe diem della pienezza della vita ma, piuttosto, l’apoteosi dell’istante che usura la vita e la banalizza.

Oggi più che in passato formule del tipo “bisogna avere qualche principio nella vita“, “non si può vivere senza un criterio etico di condotta” non trovano più posto in una società immersa nella caotica variabilità del presente, che fatica sempre più a riconoscere nel rispetto di una norma il segreto di una convivenza pacifica e illuminata, che nega ogni più chiara evidenza pur di non privarsi dell’attimo godereccio.

Anzi sembra che contravvenire alla norma sia l’occupazione preferita in nome di una libertà che ha perso la garanzia di bene, bello, onesto e giusto. È necessario, allora, ricominciare a distinguere l’ESSENZIALE dal TRANSITORIO, la FELICITÀ dal PIACERE, la BELLEZZA dall’EFFIMERA LEGGEREZZA DELL ‘ESISTENZA, l’IMPEGNO RESPONSABILE E GRATUITO dai PALCOSCENICI FITTIZZI perché solo quando la riflessione sull’ESSENZIALE diventerà ricerca di senso, pur di fronte alla precarietà e alla variabilità persistente ,e diventerà spinta verso una finalità, verso l’adesione a valori autentici, la vita ritornerà ad essere un’esperienza unica e irrinunciabile capace di produrre un modo di essere e non semplicemente di esistere.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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