Socrate e la legge

Siamo nel 399 a.C., nell’Atene della Restaurazione democratica dopo la cacciata dei Trenta Tiranni, Socrate viene accusato di empietà e processato davanti ad una giuria composta da 501 cittadini. Sarà condannato con 360 voti favorevoli. A distanza di molti secoli il filosofo della dotta ignoranza resta ancora un modello di riferimento per la sua intransigenza morale e per la sua coerenza.

Costretto a subire un processo, chiaramente politico, non si sottrae alla giustizia, né si ribella ai giudici ma, docilmente, accetta il verdetto senza alcuna reazione né accetta di mettersi al sicuro nonostante alcuni suoi amici gli propongano di fuggire. Egli riteneva in modo inflessibile che le leggi vanno sempre rispettate e che è sempre sbagliato infrangerle anche quando appaiono ingiuste.
Non cercò mai di commuovere i giudici facendosi scudo con patetici sentimenti paterni .

La dea della giustizia (pixabay.com)

Nell’Apologia di Socrate scritta da Platone si legge:

Qualcuno di voi potrebbe forse irritarsi con me se gli sovvenisse… di aver scongiurato e supplicato i giudici con fiumi di lacrime, spingendosi a condurre in tribunale i propri figli, nonché una quantità di parenti e amici per destare compassione: …io non farò nulla di tutto questo pur correndo, a quanto pare, il pericolo estremo… e perché non farò nulla di tutto ciò?
… per riguardo alla reputazione mia, vostra e della città tutta … Se si comportassero così quelli tra voi che hanno fama per sapienza o coraggio o altro sarebbe una bella vergogna. Queste cose, Ateniesi, non dovete farle né permetterle: al contrario dovete mostrarvi molto più pronti a condannare chi mette in scena tali compassionevoli spettacoli che gettano il ridicolo sulla città
“.
(Platone “Apologia di Socrate”)

Socrate, si ribadisce, fu condannato dal tribunale di Atene ma è stato assolto da quello della storia.

Grande il suo esempio e difficile da imitare nei nostri tempi di gretto e ignorante populismo quando con estrema disinvoltura si passa da un atteggiamento di sfrontata sfida e inopportuna provocazione ad un altro di pavida e strategica ritirata affermando, poi, con sfrontatezza, di fare e di rifare tutto all’auspicato ritorno sui posti di comando e, questo, in completo dileggio delle leggi dello Stato .

Una prova di forza di tale natura è solo espressione di scarso senso delle Istituzioni e di colpevole mancato rispetto delle regole stabilite.

Sconsiderato, poi, l’appello al popolo-avvocato che agisce sull’onda del Kairos e dell’emozione e che Socrate riteneva “incapace di comprendere il bene e il male, il saggio dallo stolto, che si muove come capita” (Platone, Critone).

Sconsideratamente patetico anche il richiamo ai figli che, strumentalizzati, diventano un paravento per commuovere e opporsi allo Stato “crudele e indecente”.

Quanto sarebbe meglio seguire l’esempio che viene dal passato e affidarsi alla Giustizia e alle regole della democrazia per dimostrare la propria innocenza.

Ci sono momenti nell’esistenza di ciascuno di noi che tracciano la differenza e che portano a considerare che “la cicuta”, accettando con dignità e compostezza il processo, può addirittura essere un’opportunità vincente per chi è un evidente “mendicante di senso”.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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