Zuwara: il naufragio dell’umanità

È stato un sollievo sentire il presidente Draghi affermare con tono convinto: “Occorre un atteggiamento umano e solidale“.

Era da tempo che mi aspettavo, dopo la propaganda dei porti chiusi, delle sanzioni ai soccorritori di immigrati sperduti e in pericolo in mezzo al mare che la politica e soprattutto la politica italiana prendesse posizioni, finalmente umane, nei confronti della sofferenza dell’immigrazione, una sofferenza profonda e lacerante in particolare se generata da corpicini esamini di creature innocenti.

Sono appena di qualche giorno fa le immagini agghiaccianti diffuse dall’Open Arms di bambini rigettati dalle acque del mare sulla spiaggia di Zuwara in Libia. Sulle tristi storie di naufragi di cui è ricco, anzi ricchissimo il nostro Mediterraneo, un tempo luogo di incontri e incroci di varie civiltà, ho già scritto innumerevoli volte appellandomi al diritto naturale e universale, ma di fronte ai corpi di quei bambini, rigettati dal mare come rifiuti, la sconsolazione è stata centuplicata. È impossibile tacere, così come è apparsa incredibile la denuncia del fondatore della Ong Spagnola che ha affermato “Di loro (dei bambini morti) non importa a nessuno”: restare indifferenti di fronte a quei corpicini inermi è un sacrilegio. Di quell’innocenza perduta siamo tutti responsabili. Di quell’innocenza avremmo dovuto prenderci cura, preservarla, amarla, custodirla. In quelle immagine è riflesso il nostro fallimento,  la nostra incapacità a preservare il futuro, a garantirlo. Nel naufragio di quei corpicini c’è il naufragio della speranza di un progetto di vita, sacrosanto diritto di tutti, in primis dei bambini.

Sicuramente in merito alla problematica immigrazione ognuno ha un personale punto di vista, a seconda dei propri convincimenti culturali, politici e sociali. Ma come resistere allo strazio di quei corpi? E quel dolore può essere subordinato all’individualismo egoistico? I principi universali su cui dovrebbe poggiare l’esistenza umana come l’Amore, la pietas, il rispetto  della sacralità della vita possono essere valori opinabili? Possono essere subordinati ad interesse di parte, a logiche utilitaristiche? È l’eterno dilemma tra l’universale e il particolare, tra il bene e il male…

Come è possibile non impegnarsi a trovare una soluzione per allontanare tanto dolore e costruire catene di solidarietà? Tutti noi dovremmo farci carico di scelte più attente ma soprattutto nemiche di ogni iniquità. L ‘indifferenza non è più possibile .

Ogni uomo dovrebbe porsi un imperativo morale, quello di agire in termini di virtù distinguendo cosa sia il bene e il male nella convinzione che il bene scelto nell’ambito di una particolare circostanza storica sia morale sempre e comunque ogniqualvolta si rispetti la vita e che “l’uomo nulla ha perduto se non ha perduto se stesso” (Hegel).

E allora se non poniamo al di sopra dei nostri interessi e dei nostri individualismi l’uomo in quanto umanità, è a rischio l’umanità stessa, il diritto degli uomini e delle genti ma soprattutto è a rischio la civiltà.

A trionfare sarà, allora, l’odio, quell’odio che si è scatenato contro la giovane volontaria resa colpevole di un abbraccio di conforto ricambiato ad un giovane immigrato sfinito dal dolore  per la morte dei suoi compagni e dall’incubo di un viaggio “disastroso”. Un odio che misura il degrado e la sottocultura del nostro tempo, un odio che sconcerta e fa paura perché quell’abbraccio è l’esempio di cosa dovremmo  essere e di cosa non siamo.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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Tag: naufragio

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