Napoletani di Roma

di Raffaele Aragona

Anni addietro, era il 2009, tre “ragazzi” dell’Umberto, il Liceo di Chiaja frequentato negli anni Trenta, incontrarono gli studenti di quello stesso Istituto per un’amichevole chiacchierata sulle cose di Napoli, sui suoi problemi sempre irrisolti, sul rimanervi cercando valide prospettive di lavoro. Scrittore uno, regista l’altro, giornalista il terzo dialogarono con gli studenti in una sala cinematografica di Chiaja, a due passi da quel loro Liceo, e l’incontro si concluse con l’invito perentorio e accorato dei tre illustri “umbertini” ai ragazzi in platea a non lasciare la città: «Rimanete qui!», in netta contrapposizione con il “Fuitevenne” di Eduardo de Filippo.

Edoardo De Filippo

Peccato, però, che i tre “ragazzi”, ormai ottantenni, altri non erano che Raffaele La Capria, Francesco Rosi e Antonio Ghirelli, tre famosi “napoletani”, orgogliosi della propria “napoletanità”, ma che avevano comunque da molto tempo preferito vivere a Roma; avevano scelto di andar via, per altro in momenti di minor grigiore della città.

È una storia, questa, che ha continuato a ripetersi con altri protagonisti, con Luciano de Crescenzo, ad esempio, la cui fama è cresciuta sulle cose della città e costruita lontano da essa, nella sua residenza romana; qualcosa di analogo è accaduto con Pino Daniele, il quale ha mantenuto la sue canzoni immerse nel cuore di Napoli ma, appena possibile, non ha esitato ad abbandonarla andando a vivere altrove.

Napoli, però, è buona e generosa e, nonostante tutto, sia per l’uno che per l’altro, si è mostrata pronta a tributare loro onori e riconoscenti ricordi.

Tutto ciò è venuto in mente nel lèggere delle recenti interviste rilasciata da Erri De Luca. Le parole dello scrittore lasciano senza parole quando pronuncia apprezzamenti dell’attività dell’attuale Sindaco di Napoli: «Credo che de Magistris sia stato il migliore sindaco di Napoli che ho conosciuto nel corso della mia vita già abbastanza lunga. Non immagino il successore. Neanche se fosse ancora lui. Acqua passata non macina più. Serve sorgente nuova».

De Luca pare che ignori lo sfascio su tantissimi fronti che l’ex magistrato lascia alla città dopo il suo doppio mandato.

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E sorprende non poco notare con quanta sicumera e coraggio lo scrittore si lasci andare a considerazioni che fondano su una sorta di un’affinità elettiva e ideologica con de Magistris (forse anche amicizia e confidenza) che fa tanto radical chic. Sono considerazioni pure imbevute del cliché della napoletanità che fa dire allo scrittore: «L’origine napoletana decide della mia consistenza umana, per via di lingua madre che è il napoletano, per il mio sistema nervoso compresso come quello dei napoletani, per i miei sentimenti di compassione, di collera, di vergogna che si sono formati per attrito con le condizioni del posto. Sono figlio di napoletani, dell’infanzia di Montedidio. Il mio orecchio si è formato nell’ascolto di storie e di voci ricevute dentro muri di tufo e porte chiuse male. Ma non mi definisco figlio di Napoli, mi dico invece effetto di Napoli, che è causa di quello che sono».

Un intellettuale, però, non può prendere in giro i napoletani che continuano a soffrire di negligenze e a sopportare la pena di vivere a Napoli, a differenza di De Luca che ha trascorso lontano dalla città gran parte della sua vita per averla lasciata all’età di diciotto anni. Lo stesso De Luca, poi, non manca di dire che «Se non ho il diritto di definirmi apolide, posso definirmi napòlide, uno che si è raschiato dal corpo l’origine, per consegnarsi al mondo».

Non è qui il caso di addentrarsi in confutazioni di carattere politico e ideologico e nelle considerazioni dello scrittore a proposito dell’amministrazione de Magistris, ma è il caso di ribadire come Napoli continui a essere decantata da personalità che ne hanno preso quel che era di loro gradimento e comodo, continuando a tesserne le lodi, ma standone comunque lontano. E Napoli, sempre buona e generosa, ricambia questa “dedizione” a volte anche con la pretesa di intitolazioni di strade o altro a suoi “concittadini”, senza neppure che sia trascorso il tempo minimo prescritto dalla loro scomparsa.

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Raffaele Aragona

Raffaele Aragona (Napoli), ingegnere, ha insegnato Tecnica delle Costruzioni all’Università di Napoli “Federico II”. Giornalista pubblicista, ideatore e promotore dei convegni di caprienigma, è tra i fondatori dell’Oplepo. Per la “Biblioteca Oplepiana” ha scritto La viola del bardo. Piccolo omonimario illustrato (1994) e molti altri lavori in forma collettanea. Autore di Una voce poco fa. Repertorio di vocaboli omonimi della lingua italiana (Zanichelli, 1994), ha curato per le Edizioni Scientifiche Italiane, i volumi: Enigmatica. Per una poietica ludica (1996), Le vertigini del labirinto (2000), La regola è questa (2002), Sillabe di Sibilla (2004), Il doppio (2006), Illusione e seduzione (2010), L’invenzione e la regola (2012). Sono anche a sua cura: Antichi indovinelli napoletani (Tommaso Marotta, 1991, ried. Marotta & Cafiero, 1994), Capri à contrainte (La Conchiglia, 2000), Napoli potenziale (Dante & Descartes, 2007) e il volume Italo Calvino. Percorsi potenziali (Manni, 2008). Ha pubblicato il volumetto Pizza nella collana “Petit Précis de gastronomie italienne” (Éditions du Pétrin, Paris, 2017). È autore di due volumi per le edizioni in riga (2019): Enigmi e dintorni e Sapori della mente. Dizionario di Gastronomia Potenziale. Il suo Oplepiana. Dizionario di letteratura potenziale è pubblicato da Zanichelli (2002).

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