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La chiusura dei ristoranti alle 18, un paio di secoli fa, non avrebbe creato i problemi di oggi. «Nel Settecento e nell’Ottocento era normale che il pranzo si facesse alle tre di pomeriggio o persino alle quattro. Manzoni, se non ricordo male, pranzava alle cinque. Naturalmente, il pasto alle tre o alle quattro di pomeriggio è per i nulla facenti, per chi si alza tardi.
In origine i gentiluomini inglesi facevano il breakfast, si chiamava così perché rompeva il digiuno. Si svegliavano alle sei, lavoravano mezza mattina e alle undici facevano il breakfast. Se tornassimo agli orari del Settecento, con i nobili che pranzavano nel pomeriggio e facevano un unico pasto principale, il nostro governo sarebbe felice. Il problema è che quel pasto era molto abbondante, durava un sacco e segnava la fine della giornata. E così è stato fino a cento anni fa. Fino alla prima guerra mondiale, il pranzo era un pasto di incredibile abbondanza.
In una normale casa borghese, dove bastava che a tavola ci fossero i padroni di casa, si mangiavano minestre, primi, un piatto di carne e un piatto di pesce, formaggi. Mangiavano enormemente più di noi, anche perché appunto il pasto era uno solo. Naturalmente il pranzo durava due ore e non si tornava al lavoro. Un ricco mercante, un commerciante, un imprenditore o un uomo d’affari lavorava al mattino e chiudeva la giornata di lavoro con il pranzo. Poi si andava a teatro o a giocare a carte. A un certo punto gli uomini d’affari hanno avuto bisogno di più tempo per stare in ufficio e gli orari dei pasti si sono spostati» [Alessandro Barbero a Davide Allegranti, Foglio].
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