Lettera da

Alla ricerca del tram perduto: ‘O tram d’ ‘a Turretta

Qualche tempo fa fu davvero una lieta notizia, per Napoli, per i napoletani e per i turisti, quella di un annunciato ripristino della linea tranviaria in superficie, dalla zona orientale fino a Mergellina, secondo quanto previsto dal Piano Urbano di Mobilità Sostenibile, insieme con l’entrata in funzione di una ventina di nuove vetture. Una di quelle notizie sbandierate ai quattro venti e, come al solito, non certo attuate del tutto e rimaste un sogno.

Chissà che con la nuova amministrazione il sogno non possa avverarsi e sperare che la linea prosegua oltre, come una volta. Forse, però, è pretendere troppo e si continuerà a ricordare quei bei tempi (neppure tanto lontani) quando il tram arrivava a Bagnoli, addirittura fino a “La pietra”, con lo scenario bellissimo del golfo di Pozzuoli; quando l’intera passeggiata permetteva di godere, seppure a tratti, del gradevole nostro panorama; quando ancora non esisteva, né era immaginabile, lo scempio della Villa Comunale e della Riviera di Chiaia operato dai lavori per la realizzazione della linea sotterranea: un’opera, ormai a detta di molti, completamente inutile.

Sarebbe stato necessario e più produttivo mobilitare le forze migliori della città perché potesse essere programmata una valida strategia con onesti e utili obiettivi. Sarebbe stato evitato lo spettacolo della Villa diventata uno squallido e polveroso deserto, con pochi e spelacchiati alberi, e ancor oggi del tutto indecorosa (altro che “Real Passeggio” di antica memoria!): un luogo, come quello del lungomare, che avrebbe richiesto di essere lasciato così come era, senza invenzioni e intrusioni di sorta, a cominciare da quelle di Mendini in epoca Bassolino.

Si pensi, oggi, ai neri manufatti per gli ascensori della Linea 6 sul ciglio della villa all’altezza della “Cassa Armonica” e sul marciapiedi antistante il Palazzo Guevara di Bovino, già vittima dei lavori di costruzione della linea.

E non può certo dimenticarsi l’orrenda struttura di accesso alla Stazione posta ai margini ultimi della Villa e prospiciente la piazza della Repubblica: un parallelepipedo in ferro e vetro, una sorta di serra o di “pollaio”, come qualcuno ebbe a definirlo. Un volume di dimensioni spropositate del quale non si riconosce la funzione e che resta un oltraggio alla Villa, in un luogo profondamente vincolato, senza che, stranamente (?), la Soprintendenza sia intervenuta a riguardo.

Viene quasi da domandarsi perché l’opera sotterranea sia stata concepita, dal momento che se ne sarebbero potuti facilmente prevedere gli effetti negativi e la limitata funzionalità. Tempo addietro, paradossalmente, venne da chiedersi su cosa sarebbe successo se la si fosse abolita, rinunciandovi del tutto, nonostante l’ingente spesa già sostenuta, ma valutando il risparmio delle successive rilevanti spese di gestione. L’idea sarebbe potuta apparire per un verso del tutto fantastica (nel suo significato originario di “fantasiosa”), se non fosse stata supportata da una sia pur sommaria analisi fatta all’epoca da qualche esperto. L’obiezione forte e disarmante, però, era costituita dalla concreta e triste circostanza che una decisione del genere avrebbe comportato la restituzione alla Comunità Europea di quanto già ricevuto allo scopo: e ciò bastava per far crollare ogni sogno…

In ogni caso ci fu da rallegrarsi per un ritorno, anche se tardivo, a una realtà che andava perdendosi, ricca, tra l’altro, anche di suggestioni canore (basti pensare a ‘O tram d’ ‘a Turretta della canzone di E.A. Mario Primma, Siconda e Terza). C’era da rallegrarsi di un felice ritrovamento del fascino non ancora abbandonato di un mezzo di trasporto che avrebbe consentito al viaggiatore uno sguardo aperto all’esterno, con una maggiore conoscenza e condivisione dei luoghi attraversati. Resta ancora soltanto… Un tram chiamato Desiderio.

Si continua a non capire che il buon governo di una città consiste anche nella tutela dell’esistente, prodromica a una sua riqualificazione, la quale non significa soltanto innovazione, specie quando questa corre il rischio di diventare un mutamento in negativo. Per il decoro, la bellezza e il buon nome di questa città, estendendo il pensiero a luoghi vicini, bisogna che ci si convinca che la striscia costiera di via Caracciolo, via Partenope e via Nazario Sauro non ha bisogno di nulla, non vi si deve far nulla!

È opportuno evitare intrusioni, quasi sempre peggiorative, conservando intatto quello che c’è, cercando anche di guardare al passato che certamente è migliore del presente e, con molta probabilità, migliore di quello che potrebbe riservarci il futuro.

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Raffaele Aragona

Raffaele Aragona (Napoli), ingegnere, ha insegnato Tecnica delle Costruzioni all’Università di Napoli “Federico II”. Giornalista pubblicista, ideatore e promotore dei convegni di caprienigma, è tra i fondatori dell’Oplepo. Per la “Biblioteca Oplepiana” ha scritto La viola del bardo. Piccolo omonimario illustrato (1994) e molti altri lavori in forma collettanea. Autore di Una voce poco fa. Repertorio di vocaboli omonimi della lingua italiana (Zanichelli, 1994), ha curato per le Edizioni Scientifiche Italiane, i volumi: Enigmatica. Per una poietica ludica (1996), Le vertigini del labirinto (2000), La regola è questa (2002), Sillabe di Sibilla (2004), Il doppio (2006), Illusione e seduzione (2010), L’invenzione e la regola (2012). Sono anche a sua cura: Antichi indovinelli napoletani (Tommaso Marotta, 1991, ried. Marotta & Cafiero, 1994), Capri à contrainte (La Conchiglia, 2000), Napoli potenziale (Dante & Descartes, 2007) e il volume Italo Calvino. Percorsi potenziali (Manni, 2008). Ha pubblicato il volumetto Pizza nella collana “Petit Précis de gastronomie italienne” (Éditions du Pétrin, Paris, 2017). È autore di due volumi per le edizioni in riga (2019): Enigmi e dintorni e Sapori della mente. Dizionario di Gastronomia Potenziale. Il suo Oplepiana. Dizionario di letteratura potenziale è pubblicato da Zanichelli (2002).

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