Matteo Salvini e Rami. Photo credit: YouTG.net
Ho il ricordo di una persona che avendo lavorato all’estero (Europa allora non comunitaria) per undici anni, direttamente per una istituzione italiana, non ottenne la cittadinanza italiana dopo una lunga e meticolosa verifica di tutta la documentazione fatta dal Viminale. Cosa che fu molto dannosa per la sua vita e nel merito anche ingiusta. Niente da fare. Alla fine di quella lunga istruttoria qualcosa mancava per ottenere la validazione.
Non faccio questo riferimento per lodare la lenta e spesso inesorabile burocrazia italiana.
Dico solo che la pubblica amministrazione agisce con un plurale sistema di valutazioni che rendono alla fine possibili, perché corrispondenti a norme, ricorsi in sede di giustizia amministrativa.
Lungaggini, errori e qualche svarione sono sempre possibili.
Ora – sia pure nel quadro di un evento da “prima pagina”, che ha messo i sentimenti dell’opinione pubblica allo scoperto – la decisione sulla cittadinanza italiana a un minorenne, certo meritevole di ogni elogio civile, avviene con la seguente procedura:
Noi non siamo favorevoli all’Italia burocratica, impersonale, priva di sentimenti civili. Ma non siamo nemmeno entusiasti per questo ritorno – con queste forme – alla procedura dei valvassori e valvassini, signorotti non dello “ius soli” ma dello “ius vitae ac necis” del diritto romano che da duecento anni è fuori legge dalle nostre leggi.
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