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Di Giuseppe Carro
Un passo e poi un altro, poi un altro ancora, e la bocca assimila un nuovo, anzi, un antico ma rinnovato gusto, quello di una sacra libertà.
Sul viso la carezza di una brezza docile, forse una tempesta ammaestrata per donare frescura: un dono di Zefiro ho pensato.
Ma una divinità più grande e potente, e bella, e meravigliosa, ha prepotentemente richiesto il mio sguardo: Artemide, la luna crescente, che a Selene prepara il cammino.
Ade stesso, rapendo Persefone, non è riuscito a strappare al mondo la sua bellezza: la primavera è arrivata comunque, veloce ha rapito i monti.
Demetra non piange, sua figlia ha risalito l’averno, ma di sera, in questa sera, non posso che ricordare, il destino alla quale è eternamente legata.
Così, con la mente ormai portata a ragionare sul dolore, ho rammentato il mio, è tornato torcendomi cuore e stomaco come in un unica stretta di dita: la consapevolezza di quanto monca e mutilata fosse la libertà che poco prima avevo vagamente assaporato.
Mi sono rivolto alla notte, ai cieli, ai monti e agli alberi, e ho chiesto perché: perché mi era stato portato via così tanto.
Nessuna risposta, perché non meritavo alcuna risposta: nulla mi è stato tolto definitivamente.
Tutto tornerà prima o poi, pezzo dopo pezzo, stasera uno, domani un altro, chissà.
Tutti abbiamo molto nel mondo, la necessità ci ha chiesto di rinunciare a tanto, ma ci verrà restituito: non cercate allora il paradiso, poiché sulla terra, possediamo già i campi elisi.
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