Senza il binomio partito-programma ci sono solo promesse

Egregio Direttore,

seguo con attenzione quanto andate pubblicando nella Rubrica “Parola di Direttore” e, pur apprezzando la chiarezza del linguaggio, non sempre sono d’accordo sui contenuti. E’, ad esempio, quanto accade a proposito dei partiti politici e sul loro tramonto, che si ritiene inevitabile in quanto soppiantati dai movimenti, populisti o no che siano. Credo che la questione meriti qualche riflessione.

Concordo sul fatto che il partito di stampo leninista, rivoluzionario, teso alla conquista del potere con una organizzazione di stampo militaresco sia scomparso o, quanto meno, destinato a scomparire: ciò non significa però a mio parere la scomparsa dallo scenario politico del partito in quanto organizzazione di uomini e di idee, caratterizzato da un ben definito programma di governo per il perseguimento di determinati fini, peculiari a ciascun partito e che lo distinguono dagli altri partiti. Il movimento invece è un’aggregazione, che può essere anche temporanea, di persone per l’affermazione di una tesi astratta sulla quale si cerca di creare il consenso dei cittadini, senza un programma politico determinato per la gestione del potere pubblico: a provarlo stanno i numerosi movimenti esistenti nel nostro paese da ormai molti anni e non aventi alcuna finalità politica in senso stretto (basta pensare al movimento di Comunione e Liberazione o a quello dei Focolarini) per avere la prova di ciò.

E’ proprio in questa prospettiva che l’art. 49 della Costituzione demanda ai partiti politici e solo a loro il compito di concorrere a determinare la politica nazionale, cioè all’assunzione delle scelte politiche fondamentali del potere pubblico a tutti i livelli, nel rispetto dei principi stabiliti dalla stessa Costituzione. Altra e diversa questione è poi se dal 1948, anno da cui essa è in vigore, ad oggi, i partiti politici esistenti ed operanti nel nostro paese abbiano correttamente esercitato il compito loro demandato o se non abbiano talvolta operato come centri di potere concentrati magari nelle mani di pochi Ras locali o nazionali: inutile negare che ciò sia avvenuto e che la mancanza spesso di una vera democrazia interna abbia contribuito alla decadenza ed alla successiva scomparsa dalla scena politica della maggior parte dei partiti politici un tempo esistenti. Ciò è avvenuto (e tangentopoli è stata solo l’occasione scatenante per l’aggravarsi di una malattia già esistente) ma non significa che possa dirsi superata la forma partito in quanto tale, ma solo che il partito politico non può essere più quello che è stato in passato. Esso deve costituire piuttosto il centro di aggregazione permanente per la realizzazione di un progetto politico sul quale tenda ad aggregare il consenso degli elettori per la gestione, con metodo democratico, del potere pubblico.

L’esperienza (a mio avviso non certamente felice) di un governo che fa perno sul contratto tra due forze politiche movimentiste e senza un programma politico definito sta proprio a dimostrare la necessarietà del binomio partito-programma, l’uno supporto dell’altro: al di la di questo c’è solo un’esercitazione di dilettanti del potere, capaci di promettere ma non di mantenere le promesse elettorali, fatte in assenza di qualunque responsabilità politica.

 

Diceva Abramo Lincoln, presidente degli Stati Uniti d’America, che potrai ingannare tutti per qualche tempo, alcuni per sempre, ma non tutti per sempre. Credo che ciò sia vero, anche per i movimenti giallo-verdi e che i partiti politici siano destinati ad avere nuova vita, o almeno lo spero.

Luciano Fiocco

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Redazione

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