Diario di una quarantena

Io resto a casa

Di Nicola Cammarano

Il coronavirus è arrivato in Italia, e con sé ha portato una serie di cambiamenti significativi, che hanno modificato, o almeno hanno provato a modificare lo stile di vita degli Italiani. Sono le norme decise dal nostro governo per fronteggiare questa emergenza che, sebbene sia stata più volte sminuita, può arrecare danni seri e tangibili all’Italia, ma anche a tutti i paesi dove arriverà. La norma più “popolare”, e anche più importante, è questa: stare a casa ed evitare tutti gli spostamenti non necessari. È un concetto semplice lo stare chiusi in casa: d’altronde si tratta solo di restare al caldo, protetti dalle mura domestiche che possono fermare la diffusione del virus. L’autoreclusione, chiamiamola così, è fondamentale affinché si possa misurare il calo dei contagi che tutti attendono speranzosi.

Tuttavia c’è qualcuno che non capisce. Qualcuno come noi, che però di fronte a questo obbligo agisce con indifferenza, spesso pensando che “se si esce con la mascherina non si prende il virus” o che “a me non frega niente di tutto ciò”, ed altri ragionamenti da bar. Queste persone sono incivili per la mancanza di rispetto che dimostrano nei confronti degli altri e, in più, sbeffeggiano chi non segue il loro esempio, tacciato come “stupido “. Ma soprattutto sono individui pericolosi perché mostrano agli altri un modello comportamentale sbagliato, che può “infettare”anche chi è più ragionevole. Vedere l’autoreclusione come un obbligo scomodo, che limita la libertà personale, è sbagliato. L’autoreclusione è necessaria e al contempo un dovere che ci viene imposto non solo dallo Stato ma anche da quel briciolo di senso civico che è rimasto dentro di noi. È anche un diritto perché ci garantisce di preservare la salute oltre ad essere un dovere perché dobbiamo tutelare gli altri. Dobbiamo tutelare cioè i professionisti: le forze dell’ordine, i medici o chi svolge un lavoro essenziale che non può essere interrotto.

Se è vero tutto questo, è anche vero che stare chiusi in casa per settimane intere è difficile, in particolare per quelli che abitano negli appartamenti in città. Chi abita in campagna riesce comunque a stemperare lo stress con la boccata d’aria, la passeggiata, o anche i lavori all’aperto; chi vive in città non può concedersi questo lusso, e quindi si può sentire a disagio per la privazione delle proprie abitudini, della propria routine. Quello che consiglio a queste persone, oltre che a tenere duro, è di distogliere lo sguardo dalla routine vecchia, per crearne una nuova: routine significa percorso, strada; e le strade da percorrere nella vita sono tante, anche con queste restrizioni. L’importante è avere pazienza ed aspettare che si calmino le acque, e che questa epidemia faccia il proprio corso.

Dalla rubrica Diario di una quarantena:

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